sabato 25 dicembre 2010

LA FORMULA DELLA RICREAZIONE: formula della creazione, o della creatività?





L’idea che motiva lo scritto è l’assunzione di un punto di vista che vuole la scuola come spazio trasparente, rendendo effettiva quella de-istituzionalizzazione che altrimenti la renderebbe, maxime con i tempi che corrono, se non prigione o facile preda di pratiche centralizzanti e manipolatorie, certo cittadella murata pronta ad essere ridotta a luogo di addestramento se non di allevamento. Chi scrive cerca di interpretare la scuola come spazio pubblico del dialogo e dell’humanitas, in cui la pratica innovativa della mediazione prepara quella società trasparente che, prendendo il … mezzo bicchiere pieno (o forse direttamente il bicchiere, di vetro) Gianni Vattimo immaginava in prospettiva come parità libera di accesso alle informazioni. In questo senso la didattica on line, la mediazione di contenuti analogici fornendo strumenti logico narrativi e meta cognitivi, la strutturazione di processi di apprendimento e auto apprendimento deve sostanziare la pratica didattica della contemporaneità. Il testo che segue nasce anche dalla considerazione intorno all’utilizzo dei media, tanto on line che filmici, iniziato un paio di anni fa nei licei di Merano e che ora prosegue a Bolzano, in una scuola che vanta la presenza di un computer e proiettore in ogni aula (ricordo di avere immaginato questa presenza qualche anno fa nel concorso per la scuola elementare (2000), che poi mi valse un “ruolo” di maestro elementare più tardi, ormai anticipato dalla docenza al liceo). Certo in un tempo di ristrutturazione o, razionalizzazioni di facciata, pensare alla necessità urgente della codocenza in classe anche solo per garantire il passaggio di informazioni oltre che di saperi tra generazioni risulta un’iperbole utopistica. Accontentiamoci del computer!

La non scuola (ovvero la scuola del presente)

Bartleby, un personaggio a … chi scrive particolarmente caro, oltre a un silenzio elegante e perturbante, quando viene richiesto, risponde semplicemente con una formula ripetitiva su cui Gilles Deleuze e Giorgio Agamben si fermarono qualche anno fa a riflettere in un libro dedicato al racconto di Hermann Melville: “Bartleby. The screevener of Wall Street”. Melville si trovava in un momento di crisi di scrittura, una crisi creativa, come si dice, e scrive di uno scrivano in uno studio legale che si rifiuta, senza rifiutarsi, di scrivere.
Insomma, per l'insegnante … attento in classe, questa situazione può rispecchiare, o fotografare anche fuor di metafora la realtà degli studenti, ragazze e ragazzi, di oggi. Se aggiungiamo l'assenza di una collocazione lavorativa per Bartleby, ovvero di occupazione in prospettiva per le nuove generazioni, questo pensiero non può che destare qualche, è il caso di dirlo, preoccupazione.
In questa prospettiva senza futuro esiste una “macchina del tempo” particolare che guarda all'attualità per trovarvi stimoli inattuali, ovvero valori condivisi quali “rispetto” e “dignità”. Su questo piano di atteggiamenti contraddittori suggeriti ai ragazzi dall'assenza di significati veri o presunti delle generazioni anche del passato recente si trova un piano di condivisione talvolta autentica, che può essere agito proprio in quei luoghi in via di estinzione, tra panda rari della comunicazione e della relazione, che si trovano nella scuola, pure essa da più parti svuotata di senso, ovvero gli insegnanti più o meno in crisi, ma che soli, pur ormai fuori dalle regole del mondo che si assume il compito della realtà oggettiva, ovvero quello “mediologico”, possono ridisegnare la piattaforma narrativa che forse restituisce almeno a tratti il “filo del discorso” così carente in ragazzi istruiti, si fa per dire, alla velocità analogica dei new media.

La scuola come giardino da coltivare

Dovendomi assumere la responsabilità di alcune note sulla scuola come luogo della rappresentazione, relazionale, sociale, didattica, ovvero della classe come laboratorio, porterò l’esperienza di alcuni momenti di quella che se si vuole si potrebbe indicare come una didattica ludica, nel senso di sovrapporre una pratica, piuttosto che una teoria, dei giochi, al contesto del gruppo ristretto della classe. In questo senso emergerà la possibile attivazione oltre che di alcuni tratti intersoggettivi sul piano cognitivo, della creatività come motivatore intrinseco nella lezione, in rari fortunati momenti a scuola secondaria come nella pratica maturata in attività di gruppo teatrali e artistiche negli anni con bambine e bambini della scuola d’infanzia e elementare, ragazzi e adulti, tra questi ultimi in particolare i pazienti psichiatrici nel laboratorio presso la Casa Basaglia a Merano. Il tema del rapporto tra piano emotivo e cognitivo, ovvero tra apprendimenti e saperi organizzati in termini logico iconici delle attuali giovani generazioni rispetto alla tradizionale organizzazione logico narrativa è quel campo la cui coltivazione va al di là del ristretto ambito della scuola come “serra” o “laboratorio protetto”.


Albert Einstein o Harry Potter?

Platone per dare realtà alla scrittura che nega, ovvero per scrivere senza scrivere, si serve per lo più di Socrate, nel teatrino dei dialoghi, che sono una forma per permettere al sé intermedio di Platone di parlare con la voce di un fantasma, per di più nell’ombra della scrittura dallo stesso Platone allontanata nella voce mitica di Teuth, insomma come dire che “solo io che scrivo senza scrivere, parlo senza parlare e esisto senza esistere posso dirvi la verità”; su questo assunto di “storia che si ferma” più o meno tutti i filosofi sono del resto in compagnia, religiosi o politici che appaiano. Per dirla con Woody Allen nel suo film del 2010 “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni”, titolo quanto mai appropriato in questo punto, “quando il tuo rivale è morto è praticamente impossibile superarlo”.
In classe di recente, dopo che un collega insegnante nella stessa classe di scienze sociali mi ha proposto di trattare le forme del ragionamento deduttivo e induttivo che avrebbe fatto gioco anche nel suo programma disciplinare, al termine della lezione ho proposto agli studenti, anzi a uno in particolare, di fare una breve ricerca sulla nota e … illuminante formula einsteiniana:

E = mC2

Avevo “per gioco” immaginato e lì per lì proposto di applicare con gli studenti i principi deduttivo e induttivo attraverso questa formula, che forse è una specie di “formula della creazione”, similmente a quella sul piano narrativo “I prefere not to” di Bartleby. Come a scuola accade lo studente predestinato era assente la lezione successiva.

Come si deve accettare in una didattica aperta in cui l’insegnante è più regista o facilitatore che deus ex cathedra, ancor più nel caso di uno che “gioca”, o, peggio, provoca, la risposta degli studenti alla domanda, peraltro vaga o impropria, è andata fuori tema, come a dire fuori bersaglio, ma forse proprio per questo ha motivato in parte questo scritto che risponde dopo anni alla mia domanda altrettanto aperta di studente a Parigi dei corsi di Derrida l’anno successivo alla morte nella stessa città del filosofo Gilles Deleuze, ovvero la realizzazione di un campo o giardino ove nascessero tanto frutti delle scienze sociali che della filosofia, insomma delle scienze umane. Le due parti della formula sono state interpretate sui generis da due teste, intelligenze, monadi mondi, insomma due studentesse della classe, divergenza nella soluzione intersoggettiva che sembra spiegare il meccanismo della comunicazione interpersonale, ovvero la dinamica di influenzamento in sé banale attivata dai mass media, e non solo.

Posto che “C” nella formula di Einstein è la velocità della luce, essa è divenuta la velocità del pensiero.
La “m” indica la massa inerziale ma anche quella relativistica che considera il corpo in movimento (quindi “m” moltiplicato per un termine che tiene conto della variazione di massa con l’aumento della velocità che in questo caso può significare il passaggio dell’informazione), diviene il rapporto della forza specifica, ovvero la posizione di potere occupata nella relazione comunicativa tra i due soggetti o “corpi”. “E”, ovvero l’energia, resta nominalmente energia, cambiando però di significato. Naturalmente come si può osservare intrecciando la formula di Newton della legge di gravitazione universale le conclusioni sull’interazione tra corpi, o soggetti, sono più immediate, meno “forzate”. Nella didattica contemporanea del resto si tratta forse ormai solo di una missione di ricamo logico, un’economia domestica della mente in cui agli errori molteplici, infiniti e stratificati si cerca di dare l’apparenza almeno di un’unità logica e, o, retorica. Poi liberi tutti e in bocca al lupo!
Ecco le conclusioni fantasiose o fantascientifiche, ma, su un altro piano, o due, forse almeno un po’ rivelatrici :

“Ognuno ha un’intelligenza”

“L’intelligenza ragiona in termini deduttivi”

“Il ragionamento deduttivo passa come informazione”

“Un'altra intelligenza rielabora l’informazione in termini deduttivi”

“E” misura il grado dell’influenza proporzionalmente alla velocità di pensiero dell’emittente e alla sua posizione dominante nella relazione.
In questo passaggio consisterebbe l’induzione, ovvero un intersoggettivo “pensiero induttivo” secondo gli studenti che hanno risposto … all’induzione dell’insegnante. Possiamo aggiungere che se assumiamo questa legge “elettromagnetica” come “relatività ristretta” a un piccolo gruppo di persone, possiamo allargarla come “relatività generale” se applicata alla velocità, ovvero quantità di informazioni per unità di tempo, propria alla nostra società mediale. Fuori dal gioco, possiamo aggiungere che il passaggio dal particolare al generale, e viceversa, che connota i ragionamenti deduttivo e induttivo viene qui simulato, suggerendo tra l’altro che il movimento doppio parrebbe per gli adolescenti attuali indifferente. E, date le premesse contestuali, hanno ragione. Tilt. Stand by. No signal.

Oltre alle osservazioni che ciascuno può trarre sul fatto che per i ragazzi parole differenti hanno di fatto la stessa valenza semantica per analogia, ognuno può aprirsi ermeneuticamente a seconda della propria disponibilità e adesione magica (poetica) alla realtà, che peraltro non sconvolgerebbe Cartesio e ancor meno Newton (quest’ultimo notoriamente riteneva la costante gravitazionale una scoperta alchemica non meno che scientifica, quindi assolutamente valida, in generale). Del resto alla formula più famosa del mondo, una vera icona postmoderna, simulacro, nemmeno lo stesso Einstein dava un’importanza particolare, affermando che sarebbe stata facilmente risultanza di esiti sperimentali, mentre, come spesso accade a proposito di soggettività, nominazioni e identità, si sono avanzati alcuni documentati dubbi di paternità.
In un’atmosfera di non proprio leggero straniamento in classe si potrebbe ancora proporre l’abc, e in questo mi riscopro maestro elementare, strictu sensu, fornendo alla velocità del pensiero modellato sui new media dei ragazzi, non tanto gli attivatori, che già abbondano, quanto piuttosto i connettori. In quest’albero semantico il lavoro che utilizza il computer ricostruendo i meccanismi di transcodifica trova i ragazzi più veloci dell’insegnante, ma anche della tartaruga e di Achille. Sono vere lepri!



Nazario Zambaldi



Didattica on line: www.metaart.it: alla voce “scuola didattica mediazione” si trovano i link dei blog con i ragazzi. A.s. 2008/09, Liceo Carducci, Merano, Dirigente: Carmen Siviero; a.s. 2010/11, Bolzano, Dirigente: Laura Canal

C.R.A.T. Centro Ricerca Artistica Teatrale nasce con l’intento di intrecciare i linguaggi artistici teatrali e le scienze umane – www.crat.it

Rivista “Fillide”: www.fillide.it

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